vedere le proprie parole // scritte al di fuori del nostro cervello
a un certo punto della mia vita, credo verso i 22, 23 anni, ho cominciato a scrivere
anche soltanto per far uscire fuori i pensieri, guardarli da lontano, poterli riconsiderare da capo, come non fossero miei.
e sulla lunga distanza mi sembrava di avere tra le mani un’album fotografico a cui fosse più difficile mentire, non solo perchè riconoscevo ciò che scrivevo, ma perchè ricordavo cosa pensavo mentre lo scrivevo.
questa forma di sincerità involontaria mi è sempre piaciuta molto e mi ha sempre ben servito.
scrivo per scrivere, non mi interessa che il contenuto sia piacevole, o che la forma faccia in qualche maniera cognitivamente le coccole a qualche cervello, lo faccio perchè ne ho bisogno e perchè mette in un’altro modo in prospettiva quello che sto pensando.
e non subito ha avuto una forma discorsiva, quando scrivevo a 22/23 anni lo facevo unicamente in forma di poesia, o di canzone, avevo un quaderno nero (che ovviamente tutt’ora custodisco) che riempivo di questi gruppetti di 10/20 righe, scritti a matita, in uno stampatello più piccolo possibile per usare più carta possibile.
scrivevo di amore, di confusione, dei miei stupidi vent’anni stupidi come quelli di tuttə lə altrə, e poi, seduti sui divani dei venerdì sera con lə amicə, passavo il mio quaderno nero, facevo leggere le mie 10/20 righe sulla carta ruvida della moleskine, cercavo di mostrare alle mie persone i collegamenti tra una e l’altra, quando una parte uno aveva senso con una parte due, e quando ero particolarmente contento di una chiusura o di un concetto espresso.
poi ho cominciato a discutere
discutere con me stesso, con oggetti del mio desiderio, del mio amore, della mia ira o del mio scontento, e le pagine hanno iniziato a riempirsi sempre di più di uno stampatello scritto grosso, meno ordinato, ma più sincero
e allora i miei quaderni hanno cominciato a girare sempre meno tra le mani də miə amicə, e da una finestra che dal fuori poteva guardarmi dentro, si è trasformato in uno spazio estremamente personale, dove il presupposto alla base non era più il rendere accettabile con allegorie e rime i miei foschi pensieri di ventenne, ma mettere nero su bianco cosa stavo diventando e cosa mi sentivo facendolo, per rendere possibile una lettura futura e ricordarsi di dov’ero, com’ero e perchè.
e il primo quaderno è finito, ed è iniziato il secondo, poi il terzo, poi il quarto
e nel mentre ho iniziato a prendere appunti, perchè ad un certo punto ho iniziato a lavorare, e a imparare tante cose e a scrivermi tante cose che avrebbero piano piano costruito quella che oggi è la base di conoscenza con cui mi guadagno il pane e pago l’affitto, e quella forma ha preso sempre più spazio nei miei quaderni, fino a non vedere proprio più prima nessuna poesia, e piano piano poi nessun pensiero.
la forma dell’appunto e l’apprendimento avevano completamente zittito ogni altra parte di me, non sentivo più veramente una necessità espressiva che uscisse da me, ma volevo accogliere, mettere in fila e ricordare tutte le cose che il mio cervello stava mangiando.
se devo pensare alla fine dei vent’anni e a questa prima metà dei trenta la parola a cui ho pensato più stesso è stata : affilatura.
sono stato così preso ad affilare le mie capacità, a rivoluzionare la pigrizia della mia tardo-adolescenza (per fortuna) sfatta e inconcludente in qualcosa di diverso, che stesse in piedi in maniera diversa, raccontandosi meno scuse.
e questo ho fatto, anche con il mio linguaggio verso me stesso, però lasciandomi pieno solo di nozioni, casistiche e spezzoni di manuali, svegliandomi a un certo punto triste, affamato di altre emozioni oltre a quelle generate dalla soddisfazione dell’aver fatto bene il proprio lavoro.
ed è qui che ho iniziato a pensare di scrivere in una forma nuova, di nuovo verso il fuori, libera anche dal suo antico formato pieno di rime e allegorie, e, come tutte le persone che si trovano a non essere più dei giovani adulti ma sempre più vicini alla propria forma matura finale, ho ripescato nei ricordi e ho ritirato fuori una cosa che, nell’epoca di meta, mi sembrava talmente lontano da non essere più possibile: il blog.
concetto ormai antico, sicuramente in disuso, abituati come siamo alla velocità asettica dei contenuti video da al massimo un minuto che sua maestà zuc ci concede nel nostro strafogamento quotidiano di materiale spaccacervello, ma se c’è una cosa che ho imparato in questo mio primo anno e mezzo di vita fuori da meta, dove credi ci sia solo un cimitero probabilmente stanno già crescendo splendidi roveti e potentissime ortiche.
e quindi senza nessuna pretesa verso me stesso o verso il contenuto, benvenutə in quella che, per chi scrive, è la quarta rivoluzione, scrivere verso fuori, parlando di cose che ci smuovono, che sia la musica, che sia la rabbia, che sia la curiosità, che sia il bisogno di farlo per farlo e vedere le proprie parole scritte al di fuori del nostro cervello.
scrivere perchè mi serve, scrivere perchè voglio.
essere letto per essere visto, perchè forse voglio anche questo.
come sempre, grazie se hai letto fino qui
ci leggiamo presto