newly sentient being - swans // loud swans are dead, long live swans

aspetto il momento per scrivere di questa band da quando ho iniziato questo blog gli swans sono stati, per me, uno strano amore:
sono nei miei radar più o meno da sempre, mi rendo conto delle loro uscite più o meno da to be kind, ma, cercando di essere più sincero possibile, non mi hanno mai detto gran chè. fino a un paio di anni fà.
in mezzo a un giro casuale nel goth rock finisco su the great annhilator, e penso che in effetti gli swans anni novanta non li ho mai ascoltati.

e resto, appunto, annichilito da questi strani cure dell’apocalisse, da queste canzoni e da questi momenti di stasi, e sopratutto dalla voce, piena di mille vite vissute, di michael gira.

questo cantastorie maledetto col cappello da cowboy che sputa ridacchiando sul sogno americano mi dice qualcosa, la forma che da alle cose mi piace, e mi piace ancor di più quando mi rendo conto di non essere di fronte ad un musicista fortissimo, ma ad uno che sà di avere delle idee e che vuole esprimerle, maledettamente forte e al meglio possibile. da lì in poi è semplicemente stato un voracissimo innamoramento, e ho consumato ogni singola uscita e verrà un momento, amic, per parlare in qualche modo delle (almeno) 3 vite di questo organismo mutaforma, ma per parlare del disco di oggi ci ritroviamo a partire da un punto inusuale:

cominciamo dalla fine
la fine in un senso estremamente ampio

la fine perchè, al momento in cui scrivo, micheal gira ha 72 anni, è normale che una persona si faccia delle domande, e il nostro amico si esibisce in continui balletti con sorella morte in maniera praticamente continuativa da fine anni 70, che fosse per circoli autodistruttivi o per ciò che decideva di affrontare nella sua arte, è da tutta la vita che, bene o male, micheal parla, suona, pensa e respira morte, e piano piano ci stà arrivando.e qui arriviamo agli ultimi 3 album “canonici” degli swans:
ognuno ha le proprie idee e il proprio rapporto con questi strani dischi, io non ho capito troppissimo leaving/meaning, ma ho amato profondamente the beggar e ho trovato estremamente bello birthing.
ora, nel 2025 gli swans decidono di suonare, con una formazione SPE TTA CO LA RE (mi permetto di scandirla come fosse la nazionale di un anno particolarmente fortunato per qualche persona calcio, GIRA PULEO SCHECHTER MULLINS WESTBERG HAHN PRAVDICA) che era assolutamente uno dei punti di forza di birthing, alcuni pezzi del sovracitato, di the beggar e tre nuove, mastodontiche composizioni, per celebrare la fine di quella che loro hanno sempre definito la LOUD SWANS era.

la fine, dicevamo

partiamo da una delle composizioni originali, quella che ad oggi posso dire abbastanza serenamente essere diventata la mia canzone preferita degli swans, the end of forgetting.
si parte da due accenti di basso, leggerissimi
a cinque minuti siamo già avvolti da parecchia strumentazione, è la prima volta che l’orologio si comporta come in qualche scena particolarmente riuscita di matrix, e non sarà l’ultima volta.
e piano piano, norman westberg e kristoph hahn ci portano, un tema alla volta, a renderci sempre più conto di dove siamo, e mentre il tempo passa riconosciamo, a uno ad a uno, svariati dei temi che vedremo susseguirsi durante il pezzo
michael gira vocalizza, urla, canta, non dice una parola.
i secondi dieci minuti ci mettono alla prova, phil puleo decide che è il caso di ricordare a tutti che un crescendo può durare tantissimo, anche se si parte con 4 f, e fino ad un certo punto sembra continuare a salire senza arrivare mai veramente al massimo della dinamica, facendoti sentire sul punto di stoppare la musica più volte, dai picchi di densità che riesce a raggiungere, per poi, cascare:
quello che succede verso i venti minuti ha del magico
i nostri scendono, piano piano, per lasciare michael da solo:

con un la minore e un mi minore
parole dolcissime di abbandono, acquatiche e misteriose
e sull’invito del signor gira ad affogare con lui, ripartono, gentili come solo ciò che consola qualcosa di orribile, chitarre, bassi, batterie e tastiere:

“now we wander
under the water
where the jewels
drift by us forever
where our minds combine
and silence is laughter
where waking
is forever just sleeping
where motion
is swallowed by stillness
where we’re drowning
while dreaming the tides”

e noi ci lasciamo cullare dagli swans, chiedendoci dove siamo e chi siamo, ma con la distanza degli anni che ormai son passati, e che possiamo solo imparare a riguardare come fossero vecchie film, come fossimo in una vecchia casa senza internet e con videocassette e mangianastri.
a trent’anni da soundtracks for the blind sembra banale dirlo, ma amic*, io me ne vado sempre in un mucchio quando penso che questi sono gli stessi di public castration is a good idea.
in questa terza parte di questi 39 minuti i nostri ci regalano una lezione di post rock da manuale, temi a incastro, crescendo folli, ripetizioni e moduli, ripetizioni e moduli, ripetizioni e moduli.
l’ho già detto che è diventata la mia canzone preferita degli swans? è diventata la mia canzone preferita degli swans

e arriviamo a the merge
o meglio, the merge se avesse avuto le ruote, fosse stata una carriola e almeno una decina di paia di mutande viola.
da subito si capisce che questa versione giocherà delle carte completamente sue, e il groove di basso e batteria ci tiene incollat* alle cuffie mentre, anche qui, progressivamente ci ritroviamo sempre di più in mezzo a una folla di rumori, di strumenti che perdono la loro forma e diventano semplicemente lo spazio che occupano
non sò quanti gruppi potrebbero fare questa cosa per un quarto d’ora, dopo aver appena finito un delirio da 39 minuti come the end of forgetting, ma gli swans lo fanno, e lo fanno bene
poco prima dei 15 minuti ci ritroviamo da soli con michael in una stanza, la sua chitarra acustica suona gli ottavi col pollice un pò maldestramente per un pò prima di essere raggiunto nuovamente dal resto della band, che riparte serrata ma a bassa dinamica, pronta a risalire di nuovo la corrente.
non spenderò mai abbastanza parole per puntare il dito verso phil puleo, in questo disco in perfetta forma (e con un mix della batteria veramente impressionante)
un paio di tira e molla verso nuove alture dinamiche e restiamo di fronte a un gelido pad fm e alla voce di micheal, alta, supplicante, di nuovo vocalizzi, a ribadire l’identità fortemente rituale, quasi sciamanica, di questo concerto, perchè si sente tanto che è un concerto, è un qualcosa che è accaduto, un rituale, il saluto di un epoca, la fine di una antica creatura lovecraftiana più antica dell’universo.
e di nuovo un beat di basso e batteria danno movimento a il pad, che resta con noi, per accompagnarci nella sezione finale di questo pezzo che ci lascia dove ci ha trovati, confusi, con un riverbero sul rullante GIGANTESCO e molto bello, e con questo abbiamo sentito un pezzo di birthing, che della sua versione originale non aveva molto, e concludiamo il primo disco.

il secondo disco si apre con qualcosa di molto importante per me
paradise is mine è una delle canzoni che ho ascoltato di più negli ultimi due anni chi legge queste pagine fatte di pacchetti sà che sono stati particolarmente complessi e che tanto ho ragionato su cosa volesse dire vivere o morire, e la colonna sonora di tanti di questi momenti di ragionamento sono stati scanditi da questa canzone.
e come per the merge, ci ritroviamo di fronte a qualcosa di diverso dalla sua forma originale, il piglio è più deciso, meno mellifluo, gli accenti più scanditi, alla marcia finale di is there really a mind? ci ritroviamo di fronte a qualcosa che forse avrebbero potuto fare certi godflesh, la stessa nota suonata senza nessuna pietà, e i cori non portano nessuna bilancia verso una maggiore melodia, qui è tutto paranoia pura, michael vuole far pesare tutte le sue tonnellate di disagio ancora intatte, e si sentono tutte.

la seconda traccia del secondo disco, la title track newly sentient being, è un disco, nei suoi titanici 52 minuti
che partono con delle note martellate da un dulcimer (credo?) e ci accompagnano dentro a uno sghembo drone classico del vocabolario degli ultimi 30 anni dell’ensemble new yorkese, e dallo stomaco della bestia piano piano compare finalmente l’incedere sicuro della chitarra acustica di micheal gira e dei tamburi di phil puleo, in brevissimo raggiunti da tutto il gruppo, in un avanzare in duine degno del miglior post rock, e non quello dei delay e delle facili atmosfere, ma di quello che fà pensare a puccini e a morricone e ai grandi architetti delle più grandi misure musicali.
e di architetture parliamo, e del tipo che va sempre più in alto.
fino poco dopo il quarto d’ora non c’è respiro, si sale sempre più in alto, si suona sempre più forte, perchè questo è il funerale dei loud swans, e quindi direi che è proprio il caso di essere veramente rumorosi, fino alla fine, fino all’ultima goccia di sudore. fino alla discesa, rumori, un pad, un temino, la voce, di quel tono magico che sapeva bene raggiungere jim morrison nei momenti più allucinati
e micheal gira guarda il mondo, per quello che è diventato, per quello che aveva imparato a conoscere, e cerca di mettere insieme quello che può aver capito, e quello che non vorrebbe dover capire
e a 25 minuti, raggiuntà la metà di questo viaggio, la magia onirica dell’ultima sezione, resta il pad, ma i due bassi e la chitarra di norman westberg iniziano a suonare il riff che ci accompagnerà per il prossimo quarto d’ora, se state ascoltando il disco per favore smettete di leggere, date tutta la vostra attenzione a quello che queste persone stanno facendo, e ci rivediamo dopo il rullatone.
dopo il rullatone c’è, quella che per me è la fotografia migliore di una delle più grandi insensatezze degli swans, mi spiego:
non mi sono mai spiegato come, una delle band più cattive del pianeta, capaci di scrivere della bassezza umana e di descrivere con la musica tutto ciò che fosse brutto e coperto di fango, da una certa in poi avesse imparato a riuscire a esprimere tutta questa dolcezza.
gli ultimi dieci minuti di newly sentient being ci abbracciano, nel mentre che michael gira canta “there is light, there is no light” e noi con lui cerchiamo la luce, o la mancanza di essa, chiedendoci se questo viaggio ci sta portando sotto terra o fuori dall’utero, in una fusione sempre più confusa di questi due concetti.

e con un’altro bellissimo e freddissimo pad si apre la finale the end of regretting, la “corta” (solo 14 minuti lol), e con partecipazioni vocali sui cori come in paradise is mine. rimane aerea fino al comparire di un basso morbido ma serrato e di accordi di campanelle fm come solo in certe serie tv che ormai ricordo in 4:3 e con una grana più ispida di quello che vorrei ricordare (argh).
ed è allo scoccare dei 4 minuti che, restando in dinamiche basse e misteriose, parte l’ennesimo riff di basso fuori dalla grazia di dio, l’ennesimo incedere che dire deciso di phil puleo è dire una carineria, quest’uomo potrebbe sotterrare dei carrarmati con il suo rullante, non c’è indecisione, non c’è volatilità, e la batteria infatti in questo disco gioca un ruolo determinante, lo abbiamo nominato molte volte.
a rompere il silenzio la voce di micheal gira che, con la giusta dose di delay, presenta i membri della band come se fossero i nomi di demoniche divinità egizie.
c’è il tempo per rigonfiare le vele dei droni, un’ultima volta, c’è tempo per kristoph hahn e norman westberg di creare quella loro magica tessitura di rumore e ripetizione, ancora una volta

e poi, si fermano i tamburi
loops, un’armonica a bocca, tutto diventa aereo
ed è il tempo di riaprire gli occhi

è stato un grande viaggio, credo di aver già detto sei volte oltre l’abbastanza ma voglio concludere con una riflessione: per quanto io sia un fan sfegatato degli swans, non credo che ogni persona sulla terra debba sentire ogni singolo disco registrato da michael gira da solo in cameretta rivenduto poi a dio sa quanti euri, per carità, non vi sto dicendo neanche di spendere i direi quasi metaforici 72 euro per il quadruplo vinile con dvd e parcheggio nel supermercato preferito di michael gira per un mese, ma questo disco è importante. non è il solito live, non è la solita pippa egoriferita del nostro ormai non più giovane eroe della new york dei migliori, questa è grande musica, suonata in maniera grande, con grandi suoni e grande contenuto, non ho mai dato dei voti ma se li avessi dati questo disco avrebbe il più alto mai dato.

https://swans.bandcamp.com/album/newly-sentient-being

loud swans are dead, long live swans.