irreducible fear of the sublime // occulta veritas
esistono tanti modi di affrontare il black metal, ed è forse il motivo per cui ne ascolto così tanto, esistono, si, miliardi di cloni dei darkthrone e dei mayhem, ma poi le mosche bianche son così splendenti che bisogna mettere gli occhiali da sole per guardarle bene negli occhi.
e qui abbiamo a che fare con una mosca bella bianca luccicante, il suo nome è daniele vergine, in arte occulta veritas, e ci ha già fatto capire con il suo lavoro nei noise trail immersion che non è proprio un musicista da prendere poco sul serio, avremo altri momenti per parlare del resto della sua produzione musicale, qui voglio concentrarmi su “irreducible fear of the sublime” disco uscito quest’estate per i, voidhanger records.
il disco comincia con the mirror stage, dalla partenza in fade in apre su un arpeggio condiviso tra basso e chitarra in una pregiatissima dissonanza che non ci fà aspettare troppo prima di esplodere, insieme a batteria e voci (disperatissime), facendoci perdere in un bosco dove, nonostante la buona quantità di semitoni e dei tempi non proprio drittissimi, la parola che mi viene più spesso in mente è consonanza.
mentre i quasi otto minuti di the mirror stage volgono al loro finale (con la chitarra principale che canta uno dei temi più belli del disco) the sacred horizon of totality mostra i denti in maniera diversa rispetto alla canzone precedente, e anche qui daniele mette insieme prima delle soluzioni armoniche assolutamente fuori di testa, per poi però tornare sempre a qualche temino, a qualche cosa che il nostro cervello possa ricordare e canticchiare, e quando decide che quella è la strada difficilmente riuscirà a uscire dalla vostra testa, mentre invece ritmicamente decide di ricordarci le follie senza respiro dei migliori thantifaxath.
un riff particolarmente muscolare apre la mia canzone preferita del disco, metonimia, che in 4 minuti, quasi completamente occupati da cambi di stanze e sequenze di accordi che prima ricordano i radiohead (che non me ne vogliano i loro detrattori) per poi riavvicinarsi a territori più disso black, ma senza diventare la macchietta di nessuno zio famoso.
un’esercizio di attenzione, ma anche qui, niente scivola a caso, ogni cadenza risulta comunque piacevole, continuo a ribadirmi il termine _consonan_za.
s(a) ci porta in un ricordo, tutto si riempie di riverberi, a metter distanza tra noi e qualcosa che vorremmo richiamare alla memoria ma non riusciamo a mettere a fuoco, e anche se forse era quello il suo lavoro non ci dà propriamente modo di respirare prima di arrivare a bound to incompleteness, che sembra darci un momento quasi più dritto, meno preda di sincopi impazzite, ma verso metà ci fà capire che avevamo proprio sbagliato, a sfuriare storto da farci perdere il senso dell’orientamento per poi rallentare fino all’ennesimo arpeggio, maestoso, di una malinconia luccicante, che ci aspetta per il finale, imponente ed emotivo, lasciandoci quasi di sasso alle due note finali.
la title track finale ci accompagna alla fine di quest’esperienza, e anche qui troviamo un piacevolissimo uso di temi per niente scontati che si appiccicano alle orecchie nonostante le ritmiche ostiche al battitore di piedi della domenica, e anche qua ci ritroviamo di fronte a un finale per niente scevro di ogni pizzo e merletto degno delle migliori tragedie, poteva chiudere meglio questo disco? non credo.
_cosa mi sento di dire su questo disco? che lo trovo speciale per tanti motivi, ma il principale è l’uso dell’armonia, mi sono trovato più volte a riascoltare dei passaggi proprio per_chè, cavolo,possiamo parlare per ore della complessità ritmica di “irreducible fear of the sublime” (che molto mi ha ricordato i già sovracitati thantifaxath)ma questo disco ha delle sequenze di accordi fenomenali, non ci sono solo la marea di dissonanze che, ovviamente, ci si aspetta da un disco del genere, ma è proprio quando daniele decide di seguire la maledetta consonanza che ci regala dei momenti veramente unici, forse è proprio perchè vengo dal pop e dalla musica classica e quindi, come justin timberlake o bach mi hanno insegnato, bisogna rendersi efficaci, però insomma, quando riesco a sentire questa cosa in un disco dissonant black secondo me c’è qualcosa che funziona profondamente.
non lo sò quanto mi piace l’idea dei voti nelle recensioni, per adesso credo di non farlo, è una semplificazione che ha senso quando parlo dei dischi su livellosegreto in 500 caratteri, non credo lo farò qui, quindi no non c’è un numero a fine post che ti fà intuire se mi è piaciuto questo disco o no, ti tocca proprio leggere (lol).
https://i-voidhangerrecords.bandcamp.com/album/irreducible-fear-of-the-sublime