daniel ek può ciucciarmi il calzino self-hostato // avventure di servers

da un po’ più di un’annetto gioco di nuovo con linux, non ne faccio segreto, anzi, come un po’ tutti l_ə utentə linux (soprattutto quelli facenti parte della setta dei sistemi arch e derivate) ne parlo appena posso, per esprimere i miei giganteschi entusiasmi rispetto a questo bizzarro buco del coniglio bianco che ha cambiato completamente il mio uso e consumo della tecnologia._

ma oggi vorrei parlare di una parte di questo magico mondo in cui mi sto ficcando sempre di più, cioè il self‑hosting.
bada bene, amicə che leggi queste parole, non sono un tutorial e non sono una guida; per quelle esistono amicə spettacolari come la persona che mi ha spiegato come fare questa cosa, morrolinux (in questo video qua: https://www.youtube.com/watch?v=50Z6YFoWPHI ) e bread on penguins. il tubo (sia quello brutto e grosso sia peertube lol) è pieno di gente che fa cose col pinguino.
non sono qua per spiegare cose, ma per raccontare il mio viaggio verso dove, e il dove di oggi è, in soldoni, il salviniano “aiutarsi a casa propria”, oppure, vista più da lontano, il riappropriarsi di una certa sovranità su questi stramaledetti “servizi” per i quali abbiamo venduto ogni singolo dettaglio della nostra vita in 0 e 1 a qualche oscura azienda fagocitata sparsa in non so quanti trilioni di fotoni sparati dentro alla rete.

quindi partiamo da quello che serve a fare un server, e quello che server è un computer (lol).

ho recuperato da un amico un dell latitude 6500 del 2008, installatoci sopra endeavour os (ora molti storceranno il naso, perché usare un’arch‑based per un server? che senso ha? amicə, la base dell’esperienza linux è costruirsi le cose in base alla propria comodità e a quello che si conosce, e io su una debian‑based sono come un cinghiale in una cristalleria) l’ho collegato con un caro vecchio cavo di rete al modem di casa per cercare un centro di gravità permanente, almeno in termini di banda, vista la vetusta età del marchingegno.

che però si dimostra più che rispettabile: per l’anziana età e per la fascia non altissima (in questo momento vi scrivo da un macbook dello stesso anno con cui faccio buona parte del lavoro che non richieda editing audio o video troppo forte, ma è hardware mac di un’altra epoca, non è lo stesso campionato) il sistema gira abbastanza fluidamente, e considerando che farà buona parte del suo lavoro a schermo spento e da terminale siamo più che sereni, avendo installato endeavour ho avuto un’esperienza super user friendly ringraziando lo splendido installer grafico calamares che non ti abbandona a fare tutto dal terminale ma ti lascia ancora la scelta su dei passaggi importanti.

per l’occasione rispolvero il mio vecchio hdd da 512 gigabyte comprato nel 2015 perché avevo iniziato da un’annetto a produrre col pc più assiduamente e avevo bisogno di uno storage esterno e sapevo di avere solo computer pessimi sull’orlo della morte e non potevo pensare di perdere tutto ogni volta; è andato in pensione un paio d’anni fa, per adesso può diventare la memoria di questo nostro primo progetto, che alla fine è…

un magico container docker con navidrome dentro, che ci permetterà di ascoltare la nostra libreria musicale di file ovunque, come se ci fossimo fatti una specie di spotify fatto in casa ma senza spendere soldi in armi russe o israeliane, magico.

e qui non mi dilungo in spiegazioni tecniche ma, alla super carlona ++, docker è questa ficata immensa che rende possibile la creazione di questo spazio (che chiameremo container) dove puoi mettere tutte le cose che servono a un programma per funzionare, ma, al contrario di una macchina virtuale, continuerai a usare le risorse del tuo pc e non dovrai installare un intero sistema operativo. quindi puoi fare tutto il marasma che vuoi per rendere l’ambiente fattibile per far girare qualunque figlio malato del mondo software che tu abbia la malaugurata idea di far girare sul tuo pc, ma tenendolo tutto circoscritto al suo container, senza riempire di schifo il tuo povero computer.

e quindi abbiamo il server, abbiamo il nostro container, ed ora come facciamo?

adesso è il momento in cui attuiamo un piccolo compromesso, perché arriva il momento di capire come usarlo soprattutto da telefono, soprattutto da fuori casa. per fare tutto questo avremo bisogno di una vpn, e ce ne sono tante, ma quella più semplice per iniziare ho capito essere tailscale, di cui esiste una versione foss e self‑hostabile chiamata headscale, che sarà il mio prossimo improvement. per ora ci appoggiamo a tailscale, che ci dà modo di creare una rete in cui muovere il nostro gruppo di device e condividere, attraverso navidrome, la nostra raccolta musicale piena di dischi satanassi che né spotify né tidal ci potevano regalare (maledetta rhinocervs quanto mi sono dannato).

in questo c’è una parte molto importante, secondo me, del discorso di crescita: non puoi pretendere tutto subito, essere un super‑ninja che installa arch da solo a occhi chiusi il secondo giorno che usa linux e usa solo roba foss ed è fortissimo e ha sei occhi, cinque braccia e balla la macarena con il diavolo NON ESISTE lol, quindi va benissimo rendersi facile la parte che sarebbe più difficile, cioè questa. non giudicarsi è il modo migliore per fare un passo alla volta e crescere in maniera sensata.

e questa rete non la usiamo solo per controllare navidrome, ma possiamo, in un altro container docker, installare nicotine+, client soulseek, e scaricare direttamente nella cartella letta da navidrome, con i dovuti cambiamenti al file docker‑compose.yml che creerete nella cartella di riferimento del container.
una grande parte di soddisfazione è che questa parte (la conteinerizzazione di nicotine per il controllo da browser in remoto e fare in modo che la musica finisca direttamente dal container al mio hdd) non l’ho neanche fatta seduto di fronte al server, ma in remoto in ssh seduto più comodamente sul divano e usando il macbook, che stupidamente parlando ha una tastiera più comoda a cui sono più abituato lol.

MA ALEKOS KUESTA E PIRATERIAHH LI ARTISTI NN VENGN PAGATI11!!!111

carə amicə che leggi queste pagine fatte di pixel e ti arrabbi per questa cosa, resta con me ancora qualche riga e segui il mio ragionamento: ho pagato tutti i mesi uno streaming digitale da quando ho potuto economicamente fino a due mesi fa, quindi penso dal 2019 al 2025 tutto intero, pagando di media dai 6 ai 10 euro al mese. ho provato spotify, deezer, tidal e soundcloud e non ho grandi lamentele da mettere nel servizio in sé; di norma un pessimo algoritmo si equivale a una migliore qualità dell’audio e viceversa, ma il problema era sempre nel pagamento degli ascolti agli artisti.

mi sono sempre ritrovato a pensare che, proprio per come è fatto di partenza, il concetto di 1 ascolto = 1 guadagno sarebbe stato quello che avrebbe distrutto il mestiere del musicista. per quanto comprendo ormai tristemente il pensiero di generare un guadagno ogni volta che interpello un server, non riesco a pensarlo un modello decente per creare una carriera, una vita, con pari diritti e dignità di quella di qualcunə che decide di fare il ragioniere o il muratore.

quindi, in soldoni, penso di aver generato più guadagno agli artisti che ascolto comprando i loro dischi o ascoltandoli su spotify? nella mia stretta mentalità di ligure di provincia, leggendo i decimi di centesimi che credo di aver fatto guadagnare a quə poverə cristianə che producono la musica scriteriata che ascolto, credo proprio di aver generato più profitto in fumose sale da concerto comprando dischi da personaggi particolari pieni di cassette, dischi, dischelli e dischetti di ogni forma e colore. e credo che il sistema pirata sia quello che ci obbliga a stare tutti quanti su una piattaforma così stretta dove non riusciamo più ad ascoltare nessunə, ma almeno abbiamo tutti la stessa GUI e la UX resta la stessa, pigra riflessione del linguaggio corporate triste che ormai domina ogni piccola parte, grafica e non, delle nostre povere vite.

e lasciamo perdere le mie problematiche a livello etico, al di fuori di quelle che hanno a che fare con la distruzione del concetto di musica come metodo di autosostentamento o rispetto dell’arte, ma parliamo proprio dei miliardi spesi in armi che vengono usate da personaggi che proprio non ci stanno simpaticissimi ( ti rimando a chi sà parlarne veramente https://www.ilpost.it/2025/08/01/spotify-investimenti-militari/ ) . insomma, sei così sicurə di voler continuare a dare i tuoi soldi a spotify? dove, ripeto, ogni musicista paga per stare senza ricevere niente in cambio sperando di finire al numero 945 di una qualche playlist da kaffeeedelmattinohh!!? non posso non pensare che comprare della musica fisica ogni mese sia qualcosa di molto più sensato, e sì, scarico dei file, dei dischi che probabilmente, se finiscono troppe volte in heavy rotation, finiscono sullo scaffale dei dischi in copia fisica.

e quindi abbiamo salvato un computer dalla spazzatura, abbiamo recuperato un vecchio hdd che non avremmo usato più, abbiamo imparato un pattello di roba nuova, cos’è un container e in che senso si usa una vpn, abbiamo mandato affancul quel pazzo mangiaspazzatura di daniel ek e adesso abbiamo uno spotify tutto personello e fatto della musica più figa del mondo, quella che ti piace a te!