cutting the throat of god // ulcerate
il trio di auckland torna a confoderci le idee, 4 anni dopo il fondamentale stare into death and be still, disco che per quanto mi riguarda ha piantato un paletto per terra e ha dato un senso e una forma nuova a quello che avrei chiamato, qualche anno fà, post metal.
abbiamo capito ormai che sapersi distinguere, per me, è una condizione fondamentale nella musica tutta, ma questa band, nel suo apocalittico mescolare death, black, sludge e stortura totale riesce in un compito assolutamente complesso, quello di dare alle stampe un disco che non solo ci prende a schiaffi da secondo zero a fine ultimo pezzo, ma che riesce anche a restarci in testa e ad essere, in una forma completamente sua, catchy.
ritorno a citare il disco precedente, stare into death and be still è stato per me molto importante, sono otto canzoni estremamente complesse, suonate in trio con una maestria senza senso da parte di ognuno dei musicisti, ma oltretutto è un disco capace di incastrarti, di lasciarti a bocca aperta e che richiede di riascoltare certi passaggi come quando sei in sala prove e hai bisogno di capire meglio dove stai andando a parare.
quindi pieno di fiducia ho aspettato con ansia l’uscita di cutting the throat of god, fiducia assolutamente ben riposta.
questo disco è semplicemente fenomenale, e se poteva essere più on focus di stare into death and be still, beh amicə, ci riesce proprio.
l’unica pecca che ho sempre sentito agli ulcerate era proprio questa, in certi momenti, vuoi per stanchezza, vuoi perchè non si può fare sempre solo le cose perfette, c’erano nei dischi precedenti (che comunque consiglio tutti a spada tratta, dagli inizi più tech death fino all’odierno strano gioco tra dissonanze e melodie e tra black e death metal) dei momenti in cui in tutta questa nebbia si perdevano dettagli, si perdeva l’asciuttezza di certi riff e certe intenzioni.
mentre invece, in questo disco, sento una concentrazione e una messa a fuoco totale.
i pezzi sono effettivamente suonati da tre persone, certo, ci sono degli ovvi overdubs di chitarre, ma rende perfettamente l’idea di come queste canzoni possano essere suonate in trio, e il basso è un monolite, lo si dice tante volte, ma questa volta è proprio una grande verità.
paul kelland oltre che a urlare come un pazzo regge le parti sia per le chitarre (spesso protagoniste di fraseggi necessari al discorso più che a riff super potenti, e sovente anche non particolarmente distorte) sia per i voli pindarici della batteria, che quasi più discorsiva delle chitarre non sempre può mantenere il “peso” dei pezzi.
una delle parole che mi vengono in mente ascoltando questo disco è economia, nel senso di economia delle parti, dei movimenti, niente è superfluo, ci sono miliardi di abbellimenti ma tutti solidi e sensati, tutto è pensato per stare in piedi, per avere basi solide ma per poter volare in alto, perchè armonicamente poi non ci ritroviamo al solito esercizio di semitoni molto vicini, qua si gioca a far suonare alle chitarre dei temi e dei canti che non potrebbero riuscire così bene se non ci fosse un lavoro di squadra da far venire i lucciconi.
ascoltando questo disco ho perfettamente chiaro di avere a che fare con tre persone che si ascoltano l’un l’altro, e che giocano insieme con gusto per far uscire al meglio possibile la loro musica.
to flow throught ashen hearts è diventata la mia canzone preferita del trio neozelandese, e la prendo in esame per iniziare a parlare di un’altro grandissimo punto di forza di questo disco, i testi:
“these wicked and tortured dreams
intertwined with the real
until becoming the real”
ed è questo il tono, qui si parla di morte, ma non nella maniera cheesy e semplice alla quale ci abituiamo ascoltando musica estrema, non ci sono vampiri o draghi, e neanche grandi filosofi o teosofi, c’è l’estrema confusione umana di fronte alla morte, il rifiuto della debolezza, della malattia, il senso di sconfitta che proviamo di fronte a ciò che non possiamo controllare, vista da una persona e riferita in quanto persona, senza cercare forme altisonanti o grandi dei o filosofie.
ed è questo forse che mi fà entrare così tanto nel mondo di cutting the throat of god, è un disco umano, non cerca di portare la sua disperazione o la sua rabbia su altissime vette che non gli appartengono, non cerca di essere inutilmente complesso quando non deve, non cerca di di essere più ascoltabile se non gli serve, è un disco profondamente bilanciato, pieno di dicotomie ma estremamente ragionate e soppesate, un’esperienza che consiglio con le cuffie nelle orecchie e tanta attenzione, perchè la merita, la merita tutta.
quindi questi sono i miei pensieri su questo disco fenomenale, ho volutamente evitato di parlare troppo nel dettaglio dei pezzi singolarmente perchè trovo, sinceramente, che questa sia un’esperienza da vivere per intero, possibilmente leggendosi anche i testi, abbiamo detto che non ci piacciono i voti, ma siamo quasi a fine dicembre e non posso non dire ad alta voce che questo disco è sicuramente nella lista dei dischi dell’anno e che per me è assolutamente altissimo in classifica.
https://ulcerate.bandcamp.com/album/cutting-the-throat-of-god