BURIAL // è l’atmosfera a saper vincere su tutto
ciao amicǝ
visto il periodo e la congestione di liste di fine anno ho deciso che la mia (con qualche parola su ogni disco) la pubblicherò durante la seconda metà di gennaio (mi piace sempre essere in controtendenza lol)
oggi invece faremo una cosa nuova:
non parleremo di tre dischi, non faremo la rece di un’uscita singola, ma, vista l’importanza dell’artista in questione (sia per la vita di un giovane alekos, sia per il MONDOh) prendiamo in esame una fetta un pò più larga della produzione di questo ragazzo di south london che tanto ha fatto sognare la mia generazione.
inizierei a raccontare questa storia dove inizia per me, nei miei ricordi, quando io e william ci siamo trovati.
se non ricordo male era la primavera del 2015 ed ero a genova con gli ennui (band screamo/post rock dove ero chitarrista) per suonare alla buridda.
sta di fatto che, il giorno dopo aver suonato, facendoci un giro per i vicoli prima di partire per tornare a casa, facciamo un passo da taxi driver, non solo etichetta storica genovese ma anche negozio super fornito, sopratutto se pensiamo agli standard praticamente nulli in cui vessavamo noi poveri ragazzi di provincia.
quindi un giovane alekos, provvisto di non sò bene quale denaro, decide in maniera completamente casuale di comprare due dischi che segneranno entrambi la sua vita per sempre, uno è lo split collaborativo tra sunn o))) e ulver: terrestrials, e l’altro invece, di cui parleremo oggi, è il self titled del nostro burial.
è dalle prime note, dai primi battiti congelati e minimali di wounder, che capisco che questo disco avrà un grande impatto su di me.
lascio scorrere i 51 minuti di questo disco, ritrovo vecchi amici come spaceape (non chiedetemi come sia possibile, ma senza scoprire burial ero già cascato dentro hyperdub e avevo già consumato le collaborazioni tra spaceape e kode9, che già adoravo e consideravo tra i miei padri spirituali a causa di quel disco fenomenale che è black sun) e in generale ho la sensazione di aver finalmente trovato IL sound che cercavo.
e le canzoni e il registro, sia emotivo che armonico, cambiano, restano in territori più movimentanti come southern comfort, dove il nostro ci regala momenti ritmici caratterizzati dall’incedere storto dei suoi rullanti e hihat che diventeranno il suo marchio di fabbrica, a momenti più riflessivi come night bus, dove si sfiorano le atmosfere di certa musica classica moderna minimalista, e fiati pieni di riverbero ci portano a riflettere su quello che pensiamo di essere in un’alba londinese, piovosa e senza luce.
un disco scuro, soffocante, ma non perchè ci troviamo strettǝ in una morsa di metallo stridente o da pareti che si rinchiudono, siamo soffocatǝ dalla noia delle città, dalla luce spansa dalla nebbia intorno ai cartelloni pubblicitari, il soffocamento è una lenta marcia, piena di rumori direi quasi casalinghi inframezzati ad echi lontanissimi di voci androgine (a questo proposito una volta lo stesso william dirà che gli piace tenere le voci dei suoi pezzi in registri meno genderizzabili possibili, per aumentare il senso di mistero e le possibilità di immedesimazione) che ci portano a fumarci una brutta sigaretta insieme a lui sul finire della civiltà occidentale. volevate una distopia? eccoci qua.
https://burial.bandcamp.com/album/burial-burial
e subito dopo, amicǝ, arriva il momento forse più arduo già al secondo paragrafo, perchè esistono artistǝ che riescono a tirare fuori cose buone, cose ottime, cose memorabili, e poi arrivano momenti della storia della musica che non possono essere ignorati, perchè da li esistono un prima e un dopo, ed è sempre difficile scrivere propriamente di quei momenti.
e come si fa, ditemi, a parlare di un disco come untrue.
della sua atmosfera, che si, ricalca l’incubo distopico della londra di inizio duemila che william è riuscito benissimo a impersonare nel suo primo insieme di canzoni, ma ne rimodella le densità e i colori, parlando completamente un’altra lingua.
burial riesce, con i suoi limitati mezzi e conoscenze, a dare un’altro livello ancora di profondità alla sua produzione, dove prima tutto era solo disperazione e oscurità adesso invece c’è, anche senza mai toccarla veramente, la ricerca della luce.
ma infatti soffermiamoci un attimo sui suddetti mezzi e conoscenze.
come ormai è ben noto ai più, per tutto quello che concerne i primi lavori del nostro la metodologia è sempre stata abbastanza folle, ma semplice: william campiona cose, le ficca dentro soundforge (che chi tra di noi produce musica al pc da qualche anno sà di quale male al cervello stiamo parlando) e senza neanche pensare a che forma potrebbe avere una griglia semplicemente mette insieme, nella sua maniera magica, la musica bellissima a cui ci ha abituatǝ.
considerate, insieme a questo, che untrue non è la prima versione del secondo disco di burial, quella l’ha buttata via due settimane prima di andare in master.
si, avete capito bene, questo folle ha riscritto la storia della musica elettronica con il software più delle patate che possiate immaginare, nessuna conoscenza di come funzioni un sequencer o una griglia midi, oltretutto senza neanche tutta questa grande idea di che cosa fosse, questa benedetta musica elettronica, visto che in più interviste ha sempre detto di aver ascoltato i dischi del fratello raver quando tornava a casa ma di non aver mai presenziato a una vera festa e di non averne l’intenzione, e l’ha fatto in due maledette settimane.
devo ancora dire qualcosa per convincervi che questo è uno degli episodi più unici della storia della musica?
https://burial.bandcamp.com/album/untrue
da qui le cose iniziano a prendere per alcunǝ una brutta piega, per altrǝ invece inizia a diventare interessante.
come si esce da un successo come quello di untrue? vince un mercury prize, diventa la colonna sonora di un decennio e di un sacco di gente, viene subito acclamato universalmente come uno dei dischi più importanti post-2000 e chiunque, nella scena elettronica e non, a qualsiasi livello, mostra il suo apprezzamento per questo disco epocale.
e come reagisce l’allora ancora anonimo burial a tutto questo?
la norma richiederebbe di “istituzionalizzarsi”, rendersi più appetibile, mantenere il mistero per mantenere l’hype, e invece…
e invece william esce allo scoperto, si scopre nome, cognome e volto, e sopratutto, ad oggi, non farà mai più uscire un long playing.
dal 2008 in poi william ci regala una sequenza spettacolare di collaborazioni con artisti giganteschi come massive attack, thom yorke e four tet e di piccole uscite in solitaria, che hanno, come primo attributo visibile, proprio la dimensione, sono piccole uscite.
burial si comporta come il gruppo screamo che abita sotto casa tua e decide che no, a lui lo ansia di fare i dischi e che gli piace mettere su due, tre pezzi alla volta, ma che questo non vi faccia cadere in un facile abbaglio amicǝ, in mezzo a questi ep (fatti poi convergere nella bellissima antologia semplicemente intitolata “tunes 2011 to 2019”)
canzoni sempre abbastanza lunghe, con una struttura sempre non scontata che si rincorre dall’inizio alla fine, audio che si tronca completamente in certi punti facendoti pensare di essere arrivato a fine pezzo e invece no, ma sopratutto, larghissimi orizzonti.
se all’inizio del paragrafo precedente mi lamentavo della difficoltà di scrivere qualcosa a riguardo di untrue, non è che andando avanti ci ritroviamo in situazioni più semplici.
ma ci fermiamo un’attimo per parlare delle collaborazioni.
siamo nel 2008 ed esce il primo doppio singolo a quattro mani, che questa, come altre volte, sarà in condivisione con four tet.
prima di parlare della musica puntualizziamo sul fatto che william e kieran sono amici dai tempi delle superiori, e forse per questo, l’anima di questi due musicisti così importanti per la loro generazione e così profondamente diversi riesce a fondersi così bene in questa e nelle loro prossime collaborazioni.
moth/wolf cub sono, in qualche maniera che non mi risulta ancora bene così chiara, la perfetta commistione tra il sapore salato dal mare, del vento leggero e della luce di four tet e delle ombre umide e nascoste delle strade londinesi di burial.
poco tempo dopo è anche la volta della prima collaborazione a 3, musiche sempre in mano a burial e four tet, questa volta c’è una voce ed è (rullo di tamburi) il signor thomas edward yorke in carne e falsetti, direttamente da quel posto dove arrivano le leggende della musica.
ego/mirror fu, per me che lo scoprivo postumamente rispetto alla sua uscita, credo 4 o 5 anni dopo, un episodio crossover di cui non sospettavo niente e che non mi aspettavo, la felicità che mi investii ascoltando queste due canzoni fu inimmaginabile, forse a distanza di anni non sono tra le cose che più ho mantenuto in altissima rotazione nelle mie orecchie, ma fu un pò come scoprire che gesù e maometto erano usciti a bersi una birra con zoroastro, molto forte.
entrambi gli esperimenti sono stati riproposti, nova solo con four tet un’anno dopo e her revolution/his rope di nuovo col tridente dei sogni nel 2020, ma nonostante l’ottima chimica e le infinite capacità di tutti non si ripeterà la magia, sono 3 canzoni molto belle, ma non della stessa pasta.
moth/wolf cub w four tet
ego/mirror w thom yorke, four tet (scusate il link stranamente del tubo ma non trovo altro di fruibile liberamente)
ma tornando al lavoro del nostro in solitaria e al suo incedere di piccoli ep e uscite in punte di piedi, se in street halo lo vediamo approcciare una musica house di ambiente (con la storica stolen dog a lato b) e in kindred risentiamo gli echi del primo disco, ma decisamente con più colore, è in truant, per me, che iniziamo a vedere che william sta crescendo.
perchè sentiamo sempre di più i limiti di genere piegarsi, il rumore aumentare, i cambi strutturali rendersi sempre più netti, a william importa sempre di meno di piacerci e sempre di più di farsi il suo viaggio, e il risultato?
il risultato è, nella mia umile opinione, nella sua forma più alta, il miglior ep di burial di questo periodo, che è rival dealer.
una fotografia di 28 minuti e 39 secondi.
parlando della title track, mia preferita in assoluto di tutta la discografia del nostro, campioni di archi che si rincorrono sempre sul limite dell’essere a tempo con loop di batteria che sembrano (e probabilmente sono) usciti dritti da un gioco di corse per playstation 1, che poi in maniera completamente sgraziata e perfetta diventa un’inaspettato e splendido momento di bellissima cassa dritta, per poi scendere in un’ambient disperata e distorta, che ci porta poi a continuare il cammino, stranamente questa volta sorridendo ad un cielo luminoso, nel sapore un pò ottantone di hiders.
ci sono state milioni di congetture su cosa intedesse dirci william con i campioni vocali, che parlano chiaramente di ricerca e crescita personale, per me hanno sicuramente a che fare con l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere, poi il bello di burial spesso è questo, una parte del discorso è sempre velata per permettere a chiunque di interiorizzare al meglio ogni parte delle sue opere, e per me, questi pochi versi tagliati da chissà dove hanno spesso fatto la differenza durante la mia crescita e mi hanno fatto sentire molto meno solo:
“it’s about sexuality, it’s about showing a person who you are, and to me, this is who I’m about / sometimes you are trying to find yourself, and you run away always, and that’s what happened to me, i’ve chosen.”
https://burial.bandcamp.com/album/rival-dealer
ma, passato questo giro di boa, il nostro amico di south london decide innanzitutto di andare in pausa per qualche tempo, che era finito il tempo delle percussioni e della ritmica, ed esattamente come non ci saremmo mai aspettatǝ, per le successive due uscite, e in realtà per buona parte della sua produzione musicale da qui in poi, william abbandonerà le frizzantezze ritmiche a cui ci aveva abituatǝ, per darsi all’ambient.
siamo a fine 2016, e dopo un periodo di relativa calma viene alle stampe young death/nightmarket, un doppio singolo, la prima release di burial che ho visto uscire con i miei occhi.
abitavo in francia, a nizza, e non dimenticherò mai la fredda mattina di novembre in cui metto play camminando per la periferia povera della città costiera francese e, minuto dopo minuto, mi rendo conto che le sferzate ritmiche a cui ero stato abituato non sarebbero mai arrivate.
young death ci illude con un velo di cassa, nightmarket non “partirà” mai, per dirla come direbbero i miei amici più fedeli alla rave culture.
ed è un pò lo spezzarsi di un’addizione perfetta, il punto forte di burial è sempre stato il mescolarsi di ambienti profondissimi, superimmersivi ed oscuri dentro a tessiture di percussioni e oggetti di fortuna carichi di quella perfezione storta e piena di movimento che riusciva a raccontarci tutte le prospettive dell’alienazione cittadina, l’estremo dinamismo e la paralisi del terrore che dominano la vita delle grandi città, ma in realtà, anche questa volta, non è stato fatto il passo più lungo della gamba.
verissimo che abbiamo completamente disequilibrato la questione, ma dove perdiamo in varietà ritmica i colori guadagnano una gamma nuova, sembra di passare da uno schema colori di una televisione mivar anni 80 a un proiettore da cinema.
questo nuovo burial viene da una dimensione fisica completamente nuova, ha perduto ogni forma solida per trasformarsi in gas puro, freddissimo e purissimo, e io resto incantato.
https://burial.bandcamp.com/album/young-death-nightmarket
l’incantesimo resta invariato anche nella bellissima subtemple, ma nel 2019 torniamo a mescolare le carte.
è un nuovo doppio singolo a uscire, claustro/state forest, dove il lato b è un’altro bellissimo, lunghissimo viaggio di ambienti e field recordings, ma claustro ci regala una prospettiva completamente differente.
come nel bellissimo e fuori dal catalogo hyperdub(storica etichetta londinese che ospita la quasi totalità della discografia del nostro) pre-dawn/indoors del 2017,torna il burial nostalgico di quella londra fine 90 che lui tanto aveva idealizzato, e claustro sono quasi 6 minuti di speed garage come avresti voluto sentirne nelle migliori radio pirata di south london nel 2001, e qui si proclama un’altro trend, oltre all’ambient ci piacerà, da qui in poi, giocare un pò di più sulla carta nostalgia, ma con mia somma gioia possiamo dire fino ad adesso senza grossi scivoloni (anzi).
(qui la sovracitata raccolta, non preoccupatevi, non c’è un momento brutto)
https://burial.bandcamp.com/album/tunes-2011-to-2019
è il 6 gennaio 2022, esce quello che lui definisce un EP (che comunque dura tre quarti d’ora, ma abbiamo capito che giocare con i formati è un vezzo di william) ma che tante persone definiscono come la sua terza fatica, antidawn.
una copertina bianca con un disegno di maya hewitt, 5 canzoni tra i 6 e gli 11 minuti, piene di ambient, field reconding, nevicate, vento e un freddo, maestoso silenzio.
le voci tornano a essere grandi protagoniste, melodie vocali e molte poche ripetizioni, una costante e continua ricerca di una strada per tornare a casa, che forse c’è, o forse non c’è mai stata.
e ancora si sposta il punto di forza, se, per il freddo, la stasi si rafforza ancora di più, sono i singoli particolari nell’immobilità a saltare alle orecchie, mi chiedo come componga i suoi dischi adesso william, se tutto questo sia sempre frutto di un copia e incolla furioso su qualche vetusto software o se abbia scoperto qualcosa di meno antico, il sound design sembra essere diventato più complicato, ma non ha perso la magia di un tempo, anzi.
sembra di poter restare, immobili nel tempo, in una fotografia messa in congelatore di quello che poteva essere un secondo di uno dei primi dischi, ma riprodotto all’infinito.
il primo esperimento di uscita un pò più corposa completamente in chiave ambient di burial è un centro pieno, che nei suoi tre quarti d’ora e la sua relativa semplicità fanno esattamente quello che la musica di william vuole fare da tempo, essere una fotografia, portarti in un posto.
anche lì, forse leggo tutto con gli occhi dorati dell’amore, ma anche questa volta per me è un centro pieno, antidawn non fà un passo in più o uno di meno rispetto a quelli che avrei voluto, è la perfetta consacrazione del suo lato più riflessivo e d’ambiente, il disco perfetto per le mattine d’inverno e per decidere che non esci e che resti a casa perchè fà freddo.
https://burial.bandcamp.com/album/antidawn-ep
quindi, ci troviamo alle ultime battute in cui di norma vi dico che questi sono i miei 50 citti nella macchinetta della critica musicale spicciola, sicuramente questo è stato un articolo strano, lungo (forse troppo?fatemelo sapere!) in cui abbiamo sicuramente parlato di un bel pò di dischi, per me burial è stato fondamentale, è sicuramente uno degli artisti con cui sento un legame empatico particolarmente forte, la sua musica, il suo modo di intendere la produzione musica e la costruzione degli ambienti mi ha formato, e non in quella maniera stupida che ti porta a voler copiare qualcuno, se c’è qualcosa per la quale ammiro profondamente questo musicista è che ha un metodo che, visto da fuori dalla sua stessa prospettiva, è veramente lento, stupido e controproducente, perchè non troverete mai william nell’aula di un conservatorio a spiegare qualche trick compositivo sconosciuto ai più, non ci sarà mai uno studio dorato dove girare una masterclass sui suoi metodi per pulire i mix, quella fastidiosa spocchia del musicista elettronico che si tramuta in fonico che si tramuta in produttore non sarà mai sua, e se lo diventasse non farà mai abbastanza interviste per farcene rendere conto, e io per questo lo ringrazierò per sempre, e anche per ricordarmi che, alla fine, non sono i programmi, gli strumenti, le idee melodiche, io ringrazierò per sempre questo ragazzo di south london un pò più grande di me perchè con tutta la sua splendida musica mi ha insegnato che alla fine, è l’atmosfera a saper vincere su tutto.